Stratificare vuoti e pieni
tre piccole cose per esplorare ed esplorarti
Ciao tu,
questa newsletter suda, una lettera alla volta, fosse per lei scriverebbe un’ode all’aria condizionata, agli alberi fitti fitti messi uno accanto all’altro, ad ogni forma di brezza o ombra che le appaia.
Sono andata al digital journalism fest perché mi piace la sua freschezza: hanno scelto un bel posto, l’hanno organizzato bene, si respirava quella cosa che il digitale non esiste senza il fisico che è una cosa che sembriamo dimenticarci spesso.
La serata poi l’ho passata a parlare di Milano e dei suoi quartieri, di come i b&b cambiano interi condomini e si va a far chiacchiera nelle attività commerciali che aggregano, che non hanno prezzi folli, con proprietari pieni di passione finché resistono a questo capitalismo che cannibalizza tutto, anche le passioni.
Mi son detta che non dovremmo imbarazzarci a scambiare un’opinione, uno sguardo, una birretta, un sorriso con semisconosciuti, quando sono proprio le relazioni lunghe, corte, intense o fragili a darci il peso della felicità e renderci longevi.
Sto lavorando in un posto dove le relazioni ricominciano da capo ogni giorno, ma anche ogni minuto, dove tutto sembra immobile eppure si muove, dove le persone dipendono da altre persone o dalle medicine, dove la convivenza è forzata, forzatissima, ma dove posso imparare come si stratificano gentilezza e pazienza, infinita pazienza e infinita gentilezza.
C’è chi nasce coi super poteri e chi nasce con la pazienza ha detto una delle operatrici socio sanitarie che sta qui. Sto davvero imparando molto, che fortuna.
È un posto dove si sta in perenne attesa e l’attesa è fatta di vuoti e pieni che si stratificano. Mi chiedo quanto siamo allenati a stare dentro i vuoti senza volerli riempire, quanto riusciamo a stare accanto a qualcosa che non si risolve, che non migliora velocemente, che non performa. Quanto riusciamo a stare nei silenzi, nei lunghi silenzi. Quanto fra gli anziani e le loro lentezze. Mi chiedo quanto abitiamo le crepe, i tavolini già occupati, le fermate del bus, le chiacchiere inaspettate. Mi chiedo quanto coraggio impieghiamo di quello che ci è concesso, quanto spazio lasciamo all’improvvisazione e al lasciarci andare. Quanto sappiamo passare da tutto programmato a niente.
E che succede se siamo proprio noi a metterci in bilico tra le due sensazioni.
Per un po’ voglio concedermi di stare sbilanciata e vedere che succede, cosa cambia in me e negli altri.
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Un tema che dovremmo fare tutti, ispirato al libro Alzarsi all’alba (Mondadori) del giornalista e scrittore Mario Calabresi, a partire da questa citazione:
«Con lei [si riferisce alla nonna] ho parlato molto di come il Novecento fosse stato il secolo della liberazione da fatiche antiche e terribili… Restava però un’idea diversa della fatica, intesa come dedizione, costanza, pazienza, tenacia. La convinzione che non ci sono scorciatoie e che, se ci sono, sono un inganno.
Poi, negli anni, ho visto la fatica passare di moda. I genitori augurarsi che i figli ne fossero liberati o vaccinati, come qualcosa da evitare, da rifuggire ogni volta che fosse possibile. Ho visto la parola ‹fatica› assumere un significato solo negativo e scomparire dal vocabolario quotidiano. Tanto da chiedermi se ci sia mai stato davvero un tempo in cui era interpretata in modo positivo. […]
Si è fatta strada l’idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica. Non è mai stato chiaro come fosse possibile, ma l’illusione ha preso piede ed è stata abbondantemente coltivata.
Nonostante questa utopia, molta gente che non può permettersi di affrancarsi continua a viverla, la fatica. Ad alzarsi all’alba, a fare lavori ripetitivi e sfiancanti, a non avere orari, a prendersi cura di un pezzo di mondo senza sosta.
Silenziosamente, pensando di stare dalla parte sbagliata della storia. Non solo affaticati, ma anche incompresi.»
FAI PRATICA
Torno in biblioteca, torno nel quartiere, torniamo a meditare e scrivere insieme, le iscrizioni sono già aperte
Eravamo 30mila sconosciuti guidati da uno scrittore a fare, con poco, qualcosa di enorme, a goderci il fatto che l'umanità non è mai perduta, e che per 30mila stronzi che vogliono la remigrazione ce ne sono 30mila che leggono Dostoevskij in mezzo alle strade, in una sera dei Miracoli che Lucio Dalla aveva visto e previsto, e si spiano mentre piangono sul finale: «Dio mio! Un intero attimo di beatitudine! È forse poco, nella vita di un uomo?». Simonetta Sciandivasci, Leggere è una tempesta silenziosa - La Stampa
sbilanciati con fatica anche tu,
Simona

