Nostalgie
tre piccole cose per esplorare ed esplorarti
Ciao tu,
non so perché ho scritto proprio questa newsletter, ma l’ho scritta.
Spot è morto mercoledì sera. Era il cane di famiglia da 16 anni. Sedici anni.
Doveva essere il cane di mia sorella, il motivo per cui non sarebbe venuta a vivere a Milano, cosa che invece puntualmente ha fatto e così Spot è diventato il cane dei miei genitori.
Io l’ho frequentato poco, non vivevo più coi miei e per me tirava troppo e disubbidiva sempre. Ma ogni volta che mi vedeva faceva andare la coda che sembrava un’antenna a una velocità stratosferica, perché in fondo con la pallina ce l’avevo fatto giocare anche io e l’avevo sfiancato quando era un cucciolo.
E poi, non so perché, ma ai cani piaccio, anche se non ho una gran confidenza con le bestie, nelle mie corde ci sono più l’asfalto, la metropolitana, il traffico, i pronto soccorso.
Quando ho incontrato mio marito e l’ho portato a conoscere i miei genitori con una scusa, prima che tutto diventasse ufficiale, non ho fatto in tempo ad aprire la porta di casa che Spot gli era già saltato alla giugulare. Ha mancato la gola, ma non la coscia. C’è una piccolissima cicatrice su mio marito che mi ricorderà di Spot per sempre e di quello che ho preso come un segno: quel ragazzo che il cane non aveva apprezzato potevo sposarlo.
Spot era così irruento, imprevedibile e malmostoso. Anche quando gli piacevi era lui a comandare: casa dei miei è diventata sua e infatti ha abbaiato a ogni moscerino, essere umano o pulviscolo che osava entrarci.
I miei genitori l’hanno educato come un figlio anzi no, nessuno di noi figli ha avuto le sue libertà e le sue giustificazioni, ma c’era un sodalizio fra quei tre e una routine tale che alla fine aveva ragione lui ad abbaiarci contro, eravamo noi gli estranei in quella routine.
Negli ultimi anni era invecchiato ma non aveva smesso di mostrare carattere, solo nell’ultimo anno aveva perso il suo smalto e i suoi denti, ma non quel modo buffo di fare andare la coda quando percepiva la mia presenza. L’ultima volta che l’ho visto è stata un paio di settimane fa. Ho capito subito che non avremmo avuto altre occasioni per come trascinava le sue gambette secche, credo si trascinasse per far contenti i miei che avevano barattato il fatto che potesse abbandonarli con più coccole, più cibo e più assistenza. Quella presenza ingombrante aveva riempito una casa svuotata dei figli, come potevano pensare di lasciarlo andare?
Così ha deciso lui per noi quando andarsene, lasciandoci la nostalgia dell’essere tenuti in ostaggio in casa propria e delle scuse ripetute di mia madre - non posso c’è il cane - che usava, come un mantra, quando non aveva voglia di fare qualcosa.
L’aura di quel vecchietto scorbutico dall’alito puzzolente gira ancora per casa, sta nei miei che sembrano improvvisamente invecchiati mentre si guardano attorno sperduti, in queste parole che m’è venuto di scrivere, nei vuoti che gli animali riempiono e in quelli che ti tolgono.
Sono passati sedici anni, sembra un sacco di tempo, eppure oggi mi sembra sia volato,
Simona




